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UN GIORNO SENZA DI «LORO»


Ecco l'articolo pubblicato ieri, 28 febbraio, sui quotidiani Mattino di Padova, Tribuna di Treviso e Nuova Venezia


VENTIQUATTRO ORE SENZA IMMIGRATI

Mettiamo che 3 milioni e mezzo di immigrati un giorno incrociassero le braccia: equivarrebbe all’astensione dal lavoro di tutti i dipendenti statali. Anzi peggio, perché gli extracomunitari (regolari, attenzione) sono 200 mila in più degli impiegati pubblici di ogni ordine e grado e di ogni ministero, direzione, dipartimento. E se le 700 mila badanti se ne andassero improvvisamente a spasso tutte insieme? Sarebbe come se si bloccasse l’intera sanità pubblica, visto che medici e infermieri del Servizio sanitario nazionale sono 682 mila. Poi si potrebbero aggiungere i 300 mila imprenditori stranieri: se si mettessero d’accordo per abbassare la saracinesca significherebbe lo stop di una (piccola) azienda su dieci. Senza contare che se non ci fossero questi nuovi imprenditori il saldo tra attività che nascono e che muoiono sarebbe negativo da parecchi anni.
Il giorno dello sciopero degli immigrati è arrivato: lunedì 1° marzo i lavoratori stranieri sfileranno per moltissime città della penisola, senza distinzione di etnie, di settori industriali, di ruoli. Tranquilli, l’Italia non si paralizzerà. L’iniziativa ha principalmente un valore simbolico, benché sia addirittura transnazionale. L’idea è partita dalla Francia e si è estesa a macchia di leopardo in Europa: grandi manifestazioni sono in programma anche in Spagna e Grecia. D’altronde la provocazione è forte ed è riassunta nello stesso titolo della manifestazione: «Ventiquattro ore senza di noi: 1° marzo 2010, la giornata senza immigrati».
Dalle nostre parti, come accade regolarmente, ne sono subito nate mille polemiche. Il Pd ha dato l’appoggio ufficiale, insieme con le altre forze dell’opposizione di sinistra e alcune aree dell’associazionismo cattolico. La maggioranza di centrodestra ha già parlato di proposta inutile. E il ministro leghista Roberto Calderoli si è lanciato in una battutaccia: «Non credo che vogliano scioperare i regolari. Se invece scenderanno in piazza gli irregolari, si tratterà semplicemente di espellerli». Evidente il rischio di strumentalizzazioni. Comprensibile l’atteggiamento di chi voglia evitarle.
In realtà, poco importa il balletto della politica, vedere chi aderirà e chi no. Sta di fatto che il movimento «1° marzo» è cresciuto nelle ultime settimane grazie al tam-tam via Internet. E se la campagna elettorale fosse giocata su problemi veri e proposte serie piuttosto che sugli slogan, l’occasione sarebbe di quelle da non sprecare. Un momento per fare una bella riflessione non solo sul tema caldo dell’immigrazione, ma anche sulle strategie di sviluppo del Paese.
Tutto ciò vale a maggior ragione per il Nordest. Gli stranieri sono il 6 per cento della popolazione italiana, ma i 450 mila residenti in Veneto rappresentano poco meno del 9 per cento degli abitanti della regione e nelle aree a maggiore industrializzazione si raggiunge l’11-12 per cento. L’Osservatorio sull’immigrazione del Veneto indica un ruolo ancora superiore se si guarda al totale della forza lavoro: si tocca il 10 per cento, con punte del 19 nel settore delle costruzioni, del 13 nell’industria manifatturiera, del 22 nei servizi. Quanto alle attività domestiche, si arriva all’80 per cento degli addetti complessivi. Non basta. L’importanza (necessità, indispensabilità) dei lavoratori immigrati è persino più evidente se si considera l’incidenza sul Pil: valgono infatti il 9,7 per cento della ricchezza del Paese, ma il loro peso, a Treviso, Padova, Venezia, tocca ormai il 13 per cento del Pil provinciale, oltre tre punti sopra la media nazionale.
Insomma, per un Veneto che si vanta di essere modello di integrazione (e che dovrebbe evitare di perdere questo riconoscimento, giunto in passato da organismi assolutamente al di sopra delle parti, come il Cnel), chiedersi che cosa accadrebbe in ventiquattro ore «senza di loro» sarebbe d’obbligo. Ma ancora più necessario sarebbe capire che la società multietnica, da queste parti, non è un’ipotesi bensì una realtà. Meglio riflettere sulle opportunità e sui vantaggi che è in grado di offrire.

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