La proposta di Paolino Barbiero, segretario generale della Cgil di Treviso, di bloccare i nuovi flussi immigratori, ha fatto grande scalpore, ma se ci si pensa è perfettamente in linea con le mosse (meglio, con le non mosse, alias con l’immobilismo) del maggiore sindacato italiano, specie nel Nordest. Tutti a parlare dello strano asse in chiave anti-immigrazione che si è creato tra la Cgil e la Lega: d’accordo con Barbiero si sono subito schierati lo sceriffo Giancarlo Gentilini, il sindaco Gian Paolo Gobbo e il ministro dell’Agricoltura (trevigiano) Luca Zaia. Tutti a dire che l’uscita di Barbiero alimenterà il clima di intolleranza che aleggia da quelle parti. E ancora: tutti a sottolineare l’ennesimo strappo dell’unità sindacale, con la Cisl, soprattutto, che in Veneto è impegnatissima a mantenere in vita i vecchi legami con la tradizione democristiana e del solidarismo cattolico.
Sarà. Peccato per un piccolo particolare: non sono questi i punti centrali della questione. Per cominciare, Barbiero non è improvvisamente diventato leghista e tanto meno xenofobo. Il suo ragionamento è ben diverso: «Considerando» ha spiegato «che nella sola provincia di Treviso sono ormai migliaia i lavoratori immigrati lasciati a casa dalle aziende in difficoltà, gente che tra l’altro corre il rischio di venire espulsa o di entrare in condizione di clandestinità, pensiamo che prima di riaprire le frontiere a nuovi flussi debbano essere riassorbiti i disoccupati che vivono già in Italia, magari con la famiglia al seguito». Fa scandalo una posizione del genere? Certamente no. Il fatto è che è una posizione conservatrice. A Treviso, come in tutta Italia, la Cgil si conferma il sindacato che tutela lo status quo, che difende i posti di lavoro (e spesso le rendite di posizione) di chi il lavoro lo ha già. Insomma, un sindacato conservatore, che guarda indietro e che è restio al cambiamento.
Perché Barbiero non pone l’accento, specie in questa fase di recessione, sull’assoluta necessità di una riforma della contrattazione e, in generale, del mercato del lavoro? Perché non propone forme nuove di flessibilità che possano spingere verso l’innovazione e quindi aumentare la competitività delle imprese? Perché non chiede a gran voce di dare slancio alla contrattazione locale, anche rompendo il tabù delle gabbie salariali, o se si ha paura delle parole degli stipendi legati alla produttività e al costo della vita? No, mentre a Nordovest Onorio Rosati, segretario della Camera del lavoro di Milano, sostiene che dalla crisi si esce con un nuovo modello di relazioni sindacali e rilancia il sistema della partecipazione dei lavoratori nei consigli di amministrazione (in sostanza, lavoratori protagonisti nelle scelte strategiche), a Nordest Barbiero ricade nelle vecchie tentazioni di tipo protezionistico e assistenziale. Chiede una mano al governo per tutelare maggiormente chi è già tutelato. Una proposta esattamente speculare a quella degli imprenditori, degli artigiani e dei commercianti che chiedono (e il parlamentare trevigiano Fabio Gava ha raccolto in tal senso le firme di una quarantina di parlamentari della maggioranza) la sterilizzazione degli studi di settore, cioè favori fiscali.
Eccolo, da parte padronale o sindacale il nodo è lo stesso: la differenza è tra chi vuole un Nordest che guarda avanti, capace di competere sugli scenari internazionali con gli strumenti dell’innovazione, e chi pensa che «siccome abbiamo dato tanto al Paese, adesso è il Paese che deve dare qualcosa a noi».
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Alessandro 18/nov/2008 22:17:08
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