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11/06/09

Lega di lotta e di governo. Ma scusate, quale governo?

La Lega supera il Po, guadagna consensi in Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche. E stravince in Lombardia e Veneto. Qui Umberto Bossi e i suoi boys tornano a rivendicare le presidenze, quando l'anno prossimo si svolgeranno le elezioni amministrative. L'assalto alle poltrone, da parte del Carroccio, si fa sempre più pressante. Ma non è ora di tirare fuori i programmi? Che cosa vuole fare la Lega, se e quando guiderà direttamente le regioni più forti del Paese?
Ecco l'articolo pubblicato ieri, 10 giugno, su Mattino di Padova, Nuova Venezia e Tribuna di Treviso.


La Lega all'esame di maturità

Non è questione di province e comuni conquistati. Ed è evidente che Giancarlo Galan fa del tatticismo quando sottolinea che il famoso sorpasso della Lega sul Pdl in Veneto non c’è stato: il governatore sa benissimo che quello 0,9 per cento di distanza in suo favore è tutto fuorché una garanzia per la sua riconferma, l’anno prossimo, sulla poltrona di governatore. La realtà è che da questa tornata di elezioni europee e amministrative esce un risultato inequivocabile: la Lega che avanza nel Centro Italia e vince a Nordovest, ormai domina nel Nordest.
Politici e politologi sono già all’opera per riflettere sugli equilibri del dopovoto e delineare scenari futuri. E via con le discussioni sul rimescolamento di forze all’interno del centrodestra, sull’incerto destino del Pd, sul peso che assumerà Di Pietro, sulle eventuali alleanze di Pier Ferdinando Casini, corteggiato sia da Silvio Berlusconi sia da Dario Franceschini. Meglio limitarsi all’oggi e fermarsi a guardare l’esito delle urne nel territorio.
Una cosa è chiara: il Carroccio si conferma come l’unico partito capace (ovunque, non più solo in Lombardia e Veneto) di intercettare i bisogni, gli umori, il sentire degli elettori. Anzi, degli italiani. Sbaglia chi continua a concentrare  l’attenzione esclusivamente sulle campagne per la sicurezza e sulle posizioni riguardo al delicato tema dell’immigrazione. Certo, alcune scelte fanno sempre più presa e aumentano i consensi. Ma piaccia o no, dietro al successo leghista, non mancano anche motivi «nobili», a partire dalla battaglia per il federalismo fiscale, concetto di cui si discute nelle tavole delle famiglie, e da molti considerato come il rimedio necessario per salvare i conti pubblici e nello stesso tempo per ridare slancio al Paese . Senza contare un piccolo particolare: la maggior parte dei sindaci e dei presidenti provinciali leghisti ha saputo amministrare bene. A livello locale è emersa una nuova classe dirigente, magari con una visione tutta incentrata sui problemi spiccioli (le strade, l’arredo urbano, la raccolta rifiuti...), ma che è stata capace di dare risposte concrete alla cittadinanza.
Tutto vero. Ci sono però un paio di domande decisive, che si ripropongono con urgenza. Che cosa vuole fare la Lega da grande? Fino a quando potrà mostrare il duplice volto di partito di lotta e di governo? Sono nodi sui quali si gioca lo sviluppo. Anche del Nordest. Ecco quattro punti chiave, sui quali gli Zaia boys, gli agguerriti quarantenni in camicia verde, dovrebbero iniziare a rispondere. Tirando fuori i programmi. Dicendo chiaro e tondo quali sono le priorità per la crescita della regione. Di più: quale Veneto hanno in mente.
È facile protestare per le carenze infrastrutturali e per i soldi che, anziché all’alta velocità ferroviaria, sono destinati al Ponte sullo Stretto di Messina. La Tav, che ci collega all’Europa, il Carroccio la vuole davvero? È in grado di elaborare in tempi rapidissimi un progetto definitivo (che non esiste), oppure intende dare ascolto a chi pretenderebbe una stazione in ogni capoluogo, trasformando la linea in bassa velocità?
Esiste un’idea di valorizzazione del territorio? In concreto, si proseguirà con la cementificazione selvaggia, con i comuni da 5 mila abitanti che hanno la loro bella area industriale, o si pensa a un piano complessivo di bonifica e di riconversione delle aree dismesse?
Quale sarà il modello del Nordest dei prossimi decenni? Per carità, guai a non difendere il tessuto di piccole e medie imprese, che ha assicurato posti di lavoro e ricchezza. Il fatto è che quel modello, in epoca di competizione globale, appare al tramonto. Come si pensa di incentivare l’innovazione? Continuerà, e come, la transizione del sistema economico regionale dai settori manifatturieri verso i servizi ad alto valore aggiunto?
Ultima questione. Finora la Lega si è presentata ai commercianti, agli artigiani, agli imprenditori, come la paladina del protezionismo. Condurrà ancora battaglie per l’introduzione dei dazi doganali nei confronti dei prodotti cinesi, oppure all’opposto, cercherà di favorire lo sbarco dei nostri prodotti in Cina? Se è vero che oggi si vince con le idee (che al mondo produttivo veneto non sono mai mancate), si sta studiando il modo per farle venire fuori e portarle sui mercati internazionali?
Le amministrative del 2010 si avvicinano. E anche per la Lega è l’ora della verità. Attenzione: si vincerà con i fatti, non con gli assalti alle poltrone.

CATEGORIE: economia

16/05/09

GLI IMMIGRATI, LA CRISI E LA GUERRA TRA POVERI

I posti riservati ai milanesi sulla metropolitana, il Pacchetto sicurezza, le ronde. E i «respingimenti», sui quali si apre un duro scontro tra governo italiano e Onu. Il tema dell'immigrazione continua s scatenare le polemiche. Che trasudano di demagogia, di ideologismo. Per non parlare della retorica xenofoba condannata anche dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Tutto vero. Senonché nessuno guarda a quello che sul terreno dell'immigrazione sta succedendo davvero sul territorio. La crisi falcidia i posti di lavoro. Uno su tre fra quanti si ritrovano disoccupati, specie tra i precari cui non viene rinnovato il contratto, è un immigrato. Spesso è gente in Italia da molti anni, con la famiglia che vive qui, i figli che frequentano la scuola, magari con il mutuo della casa da pagare. Il rischio è che la crisi scateni una guerra tra poveri, all'insegna del si salvi chi può, del classico mors tua vita mea. Non sarebbe il caso di evitarla, prendendo provvedimenti concreti?
Ecco l'articolo pubblicato ieri, 15 maggio, da Mattino di Padova, Nuova Venezia e Tribuna di Treviso.


Immigrati, una risorsa: il Veneto la salvi

Il punto non sono le sparate del protoleghista Matteo Salvini sulle carrozze della metropolitana riservate ai milanesi doc. E nemmeno le polemiche sul Pacchetto sicurezza, sulle ronde, sul riaccompagnamento ai porti di partenza dei barconi degli immigrati. Le provocazioni vanno lasciate perdere. Quanto alla politica, non fa che ripetere i suoi rituali. Per carità, certi temi sono delicatissimi, hanno implicazioni costituzionali e internazionali. La conferma, se ce ne fosse bisogno, arriva dallo scontro che si è aperto tra governo italiano e Onu sulla legittimità dei «respingimenti».
Il nodo, però, è un altro. Mai come oggi, in un furore demagogico e nella migliore delle ipotesi ideologico, la questione immigrazione viene unicamente legata all’ordine pubblico e alla sicurezza. Ancora una volta la politica si mostra lontanissima dal «Paese reale». Perché i veri problemi, con la crisi che falcidia i posti di lavoro, esplodono sul territorio. Ed è sul territorio che ci vogliono risposte concrete. Esattamente quelle che chiedono, scendendo in piazza domani a Treviso, le associazioni degli immigrati e i sindacati.
Il titolo della manifestazione è già indicativo: Insieme per uno sviluppo inclusivo. Come dire: siamo tutti sulla stessa barca, occorre remare in un’unica direzione e pensare a raggiungere la meta, la ripresa. «Nel Paese c’è il rischio di una guerra tra poveri» ha detto di recente Piero Fassino, ex segretario dei Ds. Gente che la realtà la conosce bene, che con gli effetti della recessione ha a che fare ogni giorno, come Onorio Rosati, numero uno della Camera del lavoro di Milano, o Paolino Barbiero, leader della Cgil di Treviso, lo vanno ripetendo da mesi.
Forse ai politici e, perché no, agli imprenditori, va semplicemente riproposta una domanda: gli immigrati sono una risorsa oppure no? Fino a qualche mese fa per rispondere bastava guardare i dati. I regolari sono il 7 per cento della popolazione (stando ai rapporti della Caritas, nel Veneto si starebbe rapidamente raggiungendo quota 500 mila, pari al 10 per cento del totale degli abitanti) e producono il 9,7 per cento del Pil. Due su tre hanno un conto corrente in banca, consumano, complessivamente pagano quasi 6 miliardi di tasse. E sempre più spesso si vestono da imprenditori: secondo una ricerca di Unioncamere (l’organismo che riunisce le Camere di commercio italiane), le imprese il cui titolare è extracomunitario sono 242.969, 22.048 solamente nel Veneto, e mentre negli ultimi nove trimestri se ne sono perse 97 mila gestite da italiani, quelle degli immigrati sono cresciute di 33 mila.
 Oggi c’è la crisi, è vero. Ma gli immigrati continuano a essere una risorsa. Specialmente nel Veneto, portato dal Cnel e dal Censis come modello di integrazione. Guai se questo modello dovesse saltare. Se chi ha scommesso sul nostro Paese, portando la famiglia, iscrivendo i figli a scuola, magari comprando casa, fosse costretto a perdere quello che ha conquistato con il proprio lavoro. Peggio, se si ritrovasse dalla sera alla mattina in condizione di clandestinità. Un’ipotesi per nulla teorica, vista l’attuale legislazione: il 30 per cento dei licenziati è straniero e chi finisce disoccupato si ritrova dopo sei mesi senza permesso di soggiorno, si trasforma, appunto, in clandestino.
Ecco allora che Barbiero lancia da Treviso la sua proposta, molto sensata, fortemente concreta: una sorta di moratoria della Legge Bossi-Fini. «È evidente» spiega «che quanto meno vadano allungati i tempi, in modo da facilitare la ricerca di un nuovo posto di lavoro senza la spada di Damocle dell’espulsione».
Ma non è solamente questione di giustizia sociale e di elementari diritti civili. Il Veneto deve cominciare a pensare alla ripresa. Certo, le aziende attraversano una fase di enorme difficoltà. Ma le ristrutturazioni devono avvenire sul terreno dell’innovazione. Chi soffia sul fuoco della paura dell’immigrazione fa un danno all’intera economia. I tempi dello slogan «Gli immigrati rubano il lavoro agli italiani» sono lontani. Ed è meglio che non ritornino. I tagli occupazionali non sono mai indolori. Quando vanno fatti, l’importante è che nelle fabbriche restino i migliori. Il Paese d’origine e il colore della pelle non contano. Decisivo, piuttosto, è conservare il know how, le professionalità altamente specializzate, il patrimonio di conoscenze. Una guerra tra poveri servirebbe unicamente a indebolire il Veneto.

CATEGORIE: economia

25/04/09

Gli industriali, la crisi e la grande occasione (perduta?)

Si fa presto a dire che la crisi è (anche) una «grande occasione». Per innovare, lanciare nuovi prodotti, cercare nuovi mercati. Insomma, per uscire più forti e competitivi di prima. Tra il dire e il fare, come sempre, c'è di mezzo il mare. Che nel concreto è rappresentato dalla mentalità di corto periodo degli imprenditori, dalla paura di rischiare in un momento di incertezza, dalla voglia di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo (tradotto, meglio chiedere aiuti pubblici che investire).
Eppure, se si vuole cogliere la «grande occasione», è proprio questo il momento di muoversi. La crisi continua a picchiare duro, ma è oggi che si devono mettere in campo le strategia per il domani, per quando arriverà la ripresa. In poche parole, bisogna che gli imprenditori comincino qualche seria riflessione sul dopocrisi. Meglio mettere da parte le ponderose analisi di macroeconomia internazionale e concentrarsi sul piccolo della propria fabbrica. In fondo, la domanda da porsi è semplice: «Che cosa posso fare per migliorare, ora e subito»?
Ecco l'articolo pubblicato ieri su Tribuna di Treviso e Nuova Venezia.


Finito un ciclo
IL NORDEST CAMBI MODELLO

La parola oggi più di moda fra gli addetti ai lavori è «attenuazione». L’Ocse parla di segnali di «attenuazione del deterioramento». La Banca d’Italia rileva una «attenuazione» da parte delle imprese «del pessimismo riguardo alle prospettive a breve termine». L’Isae (Istituto di studi e analisi economica, legato al ministero del Tesoro), che pur continua a usare esplicitamente il termine recessione, assicura che la sua gravità comincia ad «attenuarsi». Difficile abbandonarsi all’ottimismo: la crisi continuerà a picchiare duro almeno fino all’estate. Ma intanto vanno colte con sollievo le prime avvisaglie di inversione di tendenza. Sicuramente, come sostiene Andrea Tomat, leader degli industriali veneti, si è «stabilizzata la discesa». E tutti speriamo che abbia ragione Alessandro Vardanega, presidente di Unindustria Treviso, quando dice che «il peggio è passato, da qui non si può che ripartire».
Se così stanno le cose, è bene che nelle aziende inizi adesso, senza perdere tempo, una riflessione sulla ripresa. Che (meglio prima che poi) certamente arriverà. E che bisognerà cavalcare con strumenti nuovi. Perché niente sarà come prima. Piaccia o no, è finito un ciclo economico durato trent’anni. Quello basato sull’intuizione, la voglia di sfondare, la capacità di rischiare di una generazione di imprenditori che con genio (ma anche sregolatezza) ha portato al mito del Nordest. La prima crisi veramente globale impone come risposta una sfida globale. Insomma, il sistema produttivo del Nordest è chiamato al salto di qualità. Da preparare oggi, se si vuole continuare a giocare una partita importante domani.
Inutile e forse sbagliato pensare che il tessuto economico del Veneto possa cambiare. Perciò, lunga vita alle piccole e medie imprese manifatturiere e al capitalismo familiare. Tuttavia, tre sono le linee guida da seguire, indipendentemente dalle dimensioni aziendali, per tornare a correre, appena possibile, con il vento in poppa.
Primo: l’innovazione. Finita, si spera per sempre, la sbornia finanziaria, è proprio questo il momento giusto per investire in tecnologia e processi produttivi. Obiettivo: lanciare nuovi prodotti ad alto valore aggiunto, raggiungere la leadership anche in nicchie molto piccole, ricercare un mercato internazionale. Il caso Fiat, dal turnaround finanziario all’accordo con la Chrysler, è di grande insegnamento per tutti, grandi e piccoli: concentrarsi sul prodotto, alla lunga, paga. Bene, è ora di recuperare il terreno perduto: è impossibile che il Veneto contribuisca al Pil nazionale per il 9,4 per cento e continui a pesare sul totale degli investimenti in ricerca e sviluppo appena per il 5 per cento.
Secondo: l’apertura ai manager. C’era una volta l’imprenditore faccio-tutto-io. C’è ancora, ma è destinato a sparire. Ed è meglio che sparisca. Il problema è che oltre il 50 per cento delle aziende italiane è guidata da ultrasessantenni. Il sociologo Aldo Bonomi stima che il 45 per cento delle imprese con meno di 10 dipendenti sia interessata entro i prossimi cinque anni al passaggio di testimone. Momento delicatissimo, se è vero che una ricerca della Sda Bocconi ha calcolato che non più del 24 per cento delle aziende arriva alla seconda generazione e un misero 14 per cento giunge alla terza. Di fronte a questa situazione, c’è un dato allarmante: solamente il 25 per cento dei capitani d’industria si mostra favorevole all’apertura nei confronti di dirigenti esterni alla famiglia. Niente di più sbagliato. Mai come oggi occorre acquisire sul mercato competenze specifiche e qualificate, specie di fronte a una concorrenza davvero mondiale. Trovare bravi manager, assegnare loro deleghe precise, creare un’organizzazione moderna non significa perdere il controllo dell’azienda, ma immettere linfa vitale nei suoi ingranaggi.
Terzo: la politica del personale. Tradotto, significa guai a perdere gli uomini migliori, magari quei tecnici che mandano avanti la baracca. Uno studio della Eapm (l’associazione europea dei direttori delle risorse umane) ha calcolato che il 32 per cento delle aziende italiane ricorre ai prepensionamenti, contro il 30 per cento di quelle tedesche, il 26 per cento delle inglesi, l’8 delle francesi; la media europea è del 24 per cento. La tentazione di risparmiare sul costo di qualche stipendio è fortissima, ma non bisogna cadere in questo tranello, se non si vuole svuotare l’impresa di know how. I cinquantenni veneti tutti casa, lavoro (e ingegno) sono una risorsa preziosa per tornare a riveder le stelle.

CATEGORIE: economia

02/04/09

ALTA VELOCITÀ E ALTRA VELOCITÀ

Continua in tutto il Nord Italia il caos riguardante i treni dei pendolari. Ieri, 1° aprile, è scattato lo sciopero del biglietti da parte dei 14 mila utenti giornalieri della Milano-Novara. In risposta, Trenitalia non ha trovato altra soluzione che scatenare i controllori e moltiplicare le multe. Non va meglio altrove: la Giunta del Veneto ha annunciato una multa di 5 milioni alle Ferrovie, che per il sesto anno consecutivo si sono fatte un baffo del contratto di servizio stipulato con la Regione. Una situazione che suona come un autentico schiaffo nei confronti dei poveri pendolari: mentre si sbandierano i progressi dell'alta velocità e si lanciano Frecciarosse low cost per competere con gli aerei, vengono completamente calpestati i diritti di due milioni di passeggeri, lo zoccolo duro del trasporto ferroviario, utenti che però non rendono niente e di conseguenza devono sopportare un servizio da Terzo mondo.
Ecco l'articolo pubblicato ieri su Tribuna di Treviso, Mattino di Padova e Nuova Venezia.

Treni, Italia a due velocità

Martedì 24 marzo 2009: treno n° 9435 Frecciarossa in partenza da Milano alle 11,30, arrivo previsto a Roma alle 15,29. In carrozza, si parte. Di alta velocità, però, se ne vede ben poca. Si attraversano stazioni familiari: Piacenza, Fidenza, Parma. Si accumula ritardo: «Scusi, che succede?». «Ci hanno convogliato sulla vecchia linea, perché su quella nuova sono in corso lavori straordinari». Bugia. In quel preciso momento Silvio Berlusconi stava «volando» su un’altra Frecciarossa, interamente riservata a lui e al suo codazzo, per inaugurare (si fa per dire, considerato che all’inaugurazione ufficiale mancano nove mesi) la famosa Milano-Roma in tre ore, compresa la tratta in galleria tra Bologna e Firenze . Risultato: linea sgombra, passa il premier. Innocenzo Cipolletta e Mauro Moretti, presidente e amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, non potevano certo permettersi che qualcosa andasse storto e che il Berlusconi con berretto da capostazione in testa giungesse a destinazione in ritardo. Meglio, molto meglio, fare arrivare con un’ora di ritardo i cittadini. Che, pur avendo un biglietto da alta velocità e altamente costoso, sono stati trattati alla stregua dei pendolari.
Se questo accade sulla Milano-Roma, il fiore all’occhiello, la linea che vorrebbe competere con l’aereo, figurarsi qual è il caos del trasporto locale, che cosa succede nel girone dantesco dei trasferimenti a corto raggio. Hanno perfettamente ragione i due milioni di pendolari veri (140 mila solo nel Veneto) ad avere un diavolo per capello. Lo stesso giorno in cui Berlusconi si è mostrato in versione ferroviere, la Regione Veneto ha annunciato l’ennesima multa a Trenitalia, 5 milioni di euro, per il mancato rispetto del contratto di servizio e in concreto per i disagi subiti dai passeggeri: ritardi, soppressioni, mancanza di informazione, sporcizia. Né va meglio altrove. In Lombardia quaranta sindaci sono piombati in treno sul Pirellone: «Abbiamo viaggiato in piedi sul ballatoio, mentre dalla toilette usciva un liquido sospetto che ci bagnava i piedi» ha urlato Silvana Saita, primo cittadino leghista di Seriate (Bergamo), leader della protesta. E d’altronde i contratti di servizio sono scaduti in tutte le Regioni, ma al momento ne è stato rinnovato solo uno, in Emilia Romagna. Mentre da parte sua Trenitalia pretende più soldi e minaccia aumenti dei biglietti.
Benvenuti a bordo dello sgangherato sistema ferroviario italiano. Da una parte si cerca disperatamente di recuperare sul terreno dell’alta velocità: fino al 2008 erano stati costruiti 564 chilometri di linea contro i 1.030 della Spagna e i 1.548 della Francia, pagandoli poi a peso d’oro, 32 milioni a chilometro rispetto ai 9 milioni della Spagna e ai 10 della Francia. Dall’altra si disinveste sulle tratte locali, che pure pesano per il 90 per cento sull’intero traffico ferroviario.
Da anni si assiste al solito teatrino dello scaricabarile. Le Regioni accusano le Ferrovie di approfittare della situazione di monopolio (indire bandi di gara sarebbe addirittura ridicolo) e di essere responsabili dei disservizi. Le Ferrovie ripassano la palla alle Regioni, colpevoli, a loro giudizio, di avere il braccio corto nella concessione dei finanziamenti. Da qui la richiesta di sempre maggiori quattrini. La realtà è che la scelta di Cipolletta e Moretti è chiara. Il trasporto locale non è redditizio: tra versamenti delle Regioni e ricavi dai biglietti, vengono incassati appena 11,8 centesimi a chilometro per passeggero, la metà di quanto riescono a guadagnare le società ferroviarie di Francia e Germania. Conclusione: al pendolare si offre un servizio al risparmio, e proprio perché non se ne può fare a meno. Esattamente come le Poste, che hanno smesso da tempo di occuparsi di consegnare le lettere per dedicarsi ai ben più remunerativi servizi finanziari.
Inaccettabile. La modernizzazione del Paese e del Veneto in particolare (si pensi all’area metropolitana diffusa fra Padova, Treviso e Venezia) si gioca anche sulla creazione di un’efficiente rete di trasporto locale. Giancarlo Galan e l’assessore Renato Chisso stavolta devono mostrare i muscoli. In gioco c’è un principio sul quale non si può transigere: in Veneto non esistono cittadini di serie A e di serie B. Bisogna fare capire alle Ferrovie che non devono esistere nemmeno passeggeri di serie A e di serie B.




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31/03/09

FIAT: NEMO PROPHETA IN PATRIA

Chi l’avrebbe mai detto che la Fiat un giorno sarebbe andata in soccorso della Chrysler? Che per fare tornare a camminare la Sebring sarebbe stato necessario metterci dentro il motore della 500? Potremmo cavarcela con una battuta alla Giorgio Bocca: il mondo è sottosopra. Ma per fortuna gli americani non si fermano ai luoghi comuni e le analisi le sanno fare. C’è un aspetto fondamentale nel discorso di Barack Obama: «Sono rimasto impressionato dal turnaround del gruppo torinese». Come dire: la cura Marchionne è quella giusta. Per tutti.
Ora, la cura Marchionne è stata studiata e ristudiata dagli addetti ai lavori e nelle business school, ma anche sui giornali di oggi non viene affatto ricordata. Soprattutto, non pare sia seguita da molti imprenditori nostrani. Anzi, viene bellamente snobbata, se non schernita. In che cosa consiste? In una spinta manageriale fortissima, nell’innesto di una squadra di manager giovanissimi, nella assoluta concentrazione sul prodotto. E ancora: innovazione di prodotto, ricerca in settori chiave come la riduzione dei consumi e delle emissioni nocive (in questo senso, è stato persino resuscitato il Centro ricerche Fiat, finito negli anni in stato di coma), recupero di efficienza attraverso nuovi processi produttivi. Non basta: ore e ore di formazione per i dipendenti, valorizzazione delle professionalità attraverso un continuo rapporto (a volte pur durissimo) con i sindacati.
Di tutto ciò sono rimasti colpiti il presidente Obama e i suoi consiglieri economici. Roba sulla quale molti in Italia, politici e imprenditori, dovrebbero riflettere. Basti ricordare la discussione sugli incentivi al settore auto. E le voci isteriche che si sono levate contro quello che da più parti viene ancora oggi considerato come «l’ennesimo aiuto concesso alla grande industria in generale e alla Fiat in particolare». Un cancan in cui, guarda caso, si sono distinti gli imprenditori del Nordest. Come se la Fiat fosse altro rispetto all’Italia e tanto più rispetto a loro. Chissà se qualcuno comincerà a pensare che potrebbe essere un esempio da seguire per uscire dalla crisi.

CATEGORIE: economia

30/03/09

SE BASTASSE UNA BELLA CANZONE PER PARLARE D'INNOVAZIONE

C’è una stagione in cui, come d’incanto, il Veneto si ritrova capitale mondiale (italiana è troppo poco) dell’innovazione. Una sorta di risveglio della natura. Sull’asse pedemontano che va dal Trentino al Friuli (Rovereto, Schio, Camposampiero, Montebelluna, Asolo, Maniago), dal 2 al 5 aprile, torna il Festival delle città-impresa, promosso da Nordest-Europa con l’autorevole collaborazione del Corriere della sera. Decine e decine di manifestazioni, ospiti straordinari (gente tipo Jeremy Rifkin, Colin Campbell e Richard Florida), per parlare di nuove tecnologie ambientali, reti di sviluppo, creatività. Niente male. Dopo qualche settimana scende in campo Padova (università e istituzioni tutte) con il Forum della ricerca e dell’innovazione. Si articolerà in pratica per l’intero mese di maggio. E anche qui il programma è di quelli da restare a bocca aperta.
Certo, a vederlo così, il Nordest sembra tutto un fermento di idee da mettere in campo per la ripresa. Ma deve esserci qualcosa che non va. La realtà appare assai diversa. Basta leggere i quotidiani locali ed è un proliferare di richieste di aiuti pubblici. In pratica, non c’è categoria che non faccia appello al governo: gli imprenditori tessili, i mobilieri, gli operatori turistici, artigiani di ogni genere natura e specie. Ultime, le aziende della concia. «Altrimenti si chiude». E, per cominciare (ancora una volta basta guardare i giornali), giù con le ristrutturazioni, con la cassa integrazione aumentata nei primi mesi dell’anno del 555 per cento.
Insomma, tra i convegni e l’economia reale c’è una bella distanza. Alessandro Profumo ha detto in un recentissimo convegno che il suo Unicredit è pronto (ci mancherebbe altro, visti i quattrini arrivati con i Tremonti-bond) a sostenere gli investimenti della piccola e media impresa. Se solo qualcuno si presentasse a battere cassa. Indicativi in tal senso i risultati dell’indagine Mediobanca-Unioncamere su «Medie imprese: percorsi di crescita e prospettiva nella crisi»: il 26,6 per cento delle 4.345 aziende interpellate mette al primo posto nelle proprie strategie il contenimento dei costi, mentre la ricerca di nuovi prodotti si ferma al 21,3 per cento e l’innovazione di prodotti esistenti al 13,9 per cento.
A pensare male si fa peccato, ma speso ci si azzecca, diceva Giulio Andreotti, che di certe cose se ne intendeva. Bene, in questo momentaccio il sospetto malevolo viene, eccome: che buona parte del mondo imprenditoriale veda la crisi come una straordinaria opportunità per chiedere aiuti e per fare le pulizie di primavera anziché per innovare e trovare nuovo slancio nella competizione internazionale. Finiti i festival e i forum quelli del Nordest se ne accorgeranno...

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16/03/09

IDEA: SPOSTIAMO MALPENSA A MONTICHIARI!!!

Forse non appassiona più nessuno, ma l’affaire Malpensa è sempre più il paradigma dei mali italiani. Un misto di protezionismo, ingerenze della politica, mancanza di programmazione ,tutto ai danni del cittadino consumatore-contribuente.
L’ultima è l’entrata a gamba tesa del presidente dell’Enac (Ente nazionale per l’aviazione civile) Vito Riggio, che in sostanza ha ribadito l’antica dicotomia tra Malpensa e Linate: salvare entrambi gli aeroporti milanesi è impossibile, l’unica possibilità di tutelare Malpensa è abbandonare Linate. Guarda caso, la stessa linea di Roberto Colaninno,numero uno della Cai. Piccolo particolare: l’alternativa tra Malpensa e Linate sarà senz’altro una scelta necessaria appunto per la Cai, ma perché dovrebbe valere per le altre compagnie? In fondo, basterebbe liberare i famosi slot, i permessi di volo, e vedere se c’è qualcuno disposto a prenderli e a programmare nuove rotte. Si chiama semplicemente concorrenza. Macché: sulla liberalizzazione degli slot si continua a frenare. E si parla di un no a questa misura addirittura da parte della Commissione europea, nello specifico del commissario ai Trasporti Antonio Tajani, di Forza Italia, da sempre legatissimo a Silvio Berlusconi, il quale si sa, la Cai l’ha vista nascere. O meglio, l’ha voluta far nascere.
Nello stesso tempo, Riggio ha presentato alla commissione Trasporti della Camera un quadro desolante sul futuro del sistema aeroportuale italiano. Se non costruirà la terza pista, Malpensa sarà satura nel 2015 (sic!), mentre nel Nord Italia la domanda arriverà nel 2025 a 125 milioni di passeggeri e potrebbe rimanere insoddisfatta per 19 milioni. Insomma, bisogna investire.
Fantastico. Peccato che l’ultimo piano aeroportuale risalga al 1986. E che oggi ognuno faccia quello che gli pare, come conferma il progetto di rilancio di Montichiari: 30 milioni buttati sul piatto da parte di enti pubblici e imprenditori bresciani pur di strappare lo scalo al controllo dei veronesi del Valerio Catullo. Poco importa che oggi, a Montichiari, ci sia un solo volo di linea.
Eccolo il paradigma italiano, riassunto che meglio non si può nella paralisi del trasporto aereo: Malpensa contro Linate, Montichiari contro Verona, Verona contro Venezia, Roma contro Milano. In compenso, Enac con Cai e Cai protetta dal governo. Per fare in modo che Lufthansa stia buona e non abbia possibilità espansive in Italia. E che, per cominciare, nessuno si metta a fare concorrenza sulla tratta Milano-Roma.
Povera Italia. E poveri italiani: anche per oggi non si vola (peggio, anche per oggi si vola a caro prezzo).

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13/03/09

PERCHÈ CONTINUANO A COSTRUIRE LE CASE... E NON LASCIANO L'ERBA...

Giancarlo Galan ha anticipato persino Silvio Berlusconi. Così la Giunta del Veneto ha approvato prima del governo il Piano casa regionale. Roberto Formigoni, in Lombardia, vuole seguire a ruota. Le polemiche infuriano. Sono scesi in campo anche Gae Aulenti, Massimiliano Fuskas e Vittorio Gregotti, che hanno lanciato un appello per fermare quello che giudicano un provvedimento scellerato. Cementificazione selvaggia? Condono preventivo? Le polemiche infuriano. Ma Galan ha spiazzato tutti: «È esattamente il contrario. In questo modo renderemo il Veneto più bello». Poi c’è la crisi. E il Piano casa è uno strumento indispensabile per rilanciare l’economia.
Qui sta il punto. Al di là dell’impatto sull’ambiente che le nuove normative nazionali e regionali avranno soprattutto in territori già devastati come quelli di Lombardia e Veneto, tutto si può dire tranne che questi provvedimenti siano anti-crisi. In questo senso non avranno alcun effetto. Peggio: vanno nella direzione opposta rispetto al rilancio in vista del dopo-crisi. Rilancio che non può basarsi sull’edilizia ma sull’innovazione del sistema industriale.
Ecco l’articolo pubblicato ieri, 12 marzo, su Mattino di Padova, Tribuna di Treviso e Nuova Venezia.


Piano casa: una misura non anti-crisi

Magari uno può anche credere ai buoni propositi di Giancarlo Galan: il Piano casa approvato dalla Regione, addirittura in anticipo su quello nazionale che il governo si appresta a varare, non si trasformerà in un’ulteriore aggressione al già devastato territorio veneto. Nessuna cementificazione selvaggia, anzi il contrario: un’occasione per svecchiare il patrimonio immobiliare, un sorta di inno alla bellezza. Certo, non è facile immaginare come agevolando l’ampliamento delle cubature si possa contemporaneamente tutelare il paesaggio, migliorare la qualità della vita, attirare nuovi visitatori in quella che, nonostante tutto, rimane la regione con il maggiore flusso turistico. Dal 2003 al 2007 lo stock abitativo nel Nord Italia è aumentato dell’11 per cento. Quanto al Nordest, non occorre avere l’animo poetico di un Andrea Zanzotto per vedere i guasti procurati negli ultimi decenni dallo «strapotere dei geometri». Strapotere che, come ha sottolineato Alessandra Carini nel suo editoriale di ieri, mercoledì 11 marzo, rischia di tornare in auge, favorito da una sburocratizzazione che da queste parti viene interpretata come deregolamentazione, assenza di criteri da rispettare, incentivo al fai-da-te e alla furbizia.
Ma c’è un altro nodo fondamentale. Del Piano casa si potrà dire tutto e il contrario di tutto, ma una cosa deve essere chiara: non si tratta di un intervento anticrisi. Chi lo spaccia come tale si sbaglia di grosso o fa pura demagogia. Al di là dei numeri sbandierati dall’Ance (l’Associazione nazionale dei costruttori edili), da Silvio Berlusconi, da Galan e dall’assessore Renzo Marangon, la realtà è che questi provvedimenti avranno scarsissimo impatto sulla ripresa e meno ancora sul piano occupazionale. Non basta: nello specifico del Nordest potrebbero produrre un effetto negativo persino a livello di sviluppo economico.
Per cominciare, quante famiglie, alle prese con il problema del posto di lavoro (nel Veneto, a febbraio, le ore di cassa integrazione ordinaria sono cresciute del 555 per cento), correranno ad allargare la casa? Il mercato immobiliare è in crisi, forse più di altri settori. Nomisma (centro studi bolognese che è un’autorità in materia) indicava per il primo semestre 2008 un rallentamento delle compravendite del 14 per cento, con una previsione di ulteriori 6 punti di calo negli ultimi mesi dell’anno. In concreto, gli scambi sono tornati a livello del 2000. In particolare, Padova, veniva segnalata come una delle città con il mercato in maggiore difficoltà: meno 27 per cento. Quanto ai prezzi, dopo 11 anni di costante crescita risultano in forte discesa. A conferma del momento nero, la Banca d’Italia ha reso noto che la richiesta di mutui è diminuita in due mesi dell’11 per cento, nonostante i tassi d’interesse siano tornati in linea con l’ottobre 2006. Insomma, il punto è che in giro ci sono pochi soldi. E che la gente ha poca voglia di spenderli. Anche chi li ha, non si affretta a investirli. Semplicemente, aspetta tempi migliori.
Seconda questione: la tempistica, appunto. I primi effetti degli interventi per l’edilizia, tanto nazionali quanto regionali, si avranno solamente a fine anno. Le famiglie dovranno capire bene vantaggi e svantaggi, fare i propri conti, magari farsi prestare i quattrini dalle banche (che oggi impiegano il doppio a erogare finanziamenti), predisporre un progetto. Veramente qualcuno si illude che entro sei mesi riparta l’edilizia e traini con sé una fetta di artigianato? Piuttosto, non era meglio aumentare le risorse per l’edilizia residenziale pubblica (alla quale il governo sembra volere destinare appena 550 milioni), in grado di assorbire più manodopera e di generare più indotto?
Ultimo aspetto, la domanda centrale: qual è il modello di sviluppo che si ha in mente per il Veneto della ripresa economica? Quello basato sulle costruzioni e sull’artigianato degli infissi? Attenzione: se chiude, giusto per fare un esempio, un’azienda come la Plastal di Oderzo, non solo nessun lavoratore verrà ricollocato nelle imprese del piccolo artigianato. Ma in aggiunta c’è la dispersione di un know-how, di un patrimonio di conoscenze tecnologiche e di professionalità individuali assolutamente impagabili. Si torna indietro di un paio di generazioni.
Gli economisti sostengono che la crisi può essere l’occasione per uscire migliori, più forti, più competitivi. Beh, allora sarebbe meglio mettere in campo ogni sforzo per sfruttarla davvero questa occasione. Se Galan voleva fare da battistrada a Berlusconi, poteva indicargli la rotta varando un piano per l’innovazione industriale. Di quello sì, il Veneto del dopo-crisi ha proprio bisogno.

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26/02/09

CRISI FAI-DA-TE? AHI, AHI, AHI...

Se la crisi servisse (almeno) a imparare a fare gioco di squadra. Invece, soprattutto a Nordest, il momento di difficoltà economica fa affiorare con ancora maggiore evidenza l'antico vizio del fai-da-te. O peggio, dell'ognuno per sé. Politica litigiosa, sindacati divisi, categorie sociali che chiedono provvedimenti esclusivamente a difesa delle proprie rendite di posizione.
Ecco l'articolo pubblicato ieri, 25 febbraio, su Tribuna di Treviso, Mattino di Padova e Nuova Venezia, intitolato Contro la crisi, fare squadra



Il primo a indicare la rotta è stato Francesco Peghin, leader degli imprenditori di Padova: «Occorre una volontà corale, quasi da unità nazionale». Luca Cordero di Montezemolo, presidente della Fiat (ed ex numero uno della Confindustria) si è spinto oltre: «Bisogna convocare gli Stati generali del Paese», maggioranza, opposizione, istituzioni finanziarie, forze sociali, un megaconsulto per stabilire le cure contro la grande malattia. Roberto Formigoni, presidente della Lombardia, è sceso sul terreno concreto: «Presto nascerà un tavolo comune per coordinare le misure di sostegno nei confronti dei lavoratori in difficoltà».
Eccolo lo spirito giusto per fronteggiare la crisi. Non importa trovare definizioni: unità nazionale, concertazione, dialogo bipartisan. Quello che conta è che dall’emergenza si esce solamente attraverso il confronto e con uno scatto di responsabilità da parte di tutti. Mettendo in un angolo l’armamentario tipicamente italiano delle divisioni ideologiche e della frammentazione degli interessi.
Non è semplice. I sindacati sono spaccati sulle strategie da adottare: basti pensare alle critiche che sono piovute addosso a Paolo Barbiero, segretario della Cgil di Treviso, quando ha lanciato la proposta (sensatissima) di non buttare via i quattrini per fare sopravvivere le aziende decotte ma di aiutare esclusivamente quelle che hanno un futuro. Gli artigiani appaiono più interessati alla modifica degli studi di settore (alias a pagare meno tasse) che al sostegno agli investimenti. Nel mondo confindustriale, dopo le agevolazioni concesse dal governo all’auto, crescono i mugugni degli altri settori, tessile in testa, che a loro volta spingono per ottenere aiuti pubblici. Quanto alla politica, le contrapposizioni sono all’ordine del giorno. E in questi giorni è fortissima la tentazione nella maggioranza di approfittare del momento nero del Partito democratico per dare la spallata definitiva all’opposizione e, perché no, alla Cgil.
Non è tempo di prove muscolari né di battaglie per interessi di bottega né di atteggiamenti tipo ognuno per sé e si salvi chi può. Mai come oggi la classe dirigente è chiamata a pensare unicamente al bene del Paese. In fondo, è quello che fanno, o almeno provano a fare, Barack Obama negli Stati Uniti, Angela Merkel in Germania, Nicolas Sarkozy in Francia. Non si tratta di fare i corvi o le colombe. Se è vero, come sostiene Maurizio Sacconi, ministro del Welfare, che «siamo di fronte a un timore fondato di disastro sociale». E che «il colpo di frusta maggiore sarà percepito nelle aree più produttive, la Lombardia, il ricco Nordest, la Torino dei beni durevoli». Se si mostreranno centrate le fosche previsioni per il primo trimestre 2009 stilate da Confindustria Veneto: produzione meno 8,2 per cento (con cali del 14,9 per il tessile, del 12,8 per l’occhialeria, del 9,1 per il meccanico), ordini esteri meno 9,2 (con punte di meno 18,9 nel meccanico e di meno 12,9 nel tessile), occupazione meno 1,4. Beh, se questa è la realtà, è evidente che è ora di concentrarsi sull’emergenza economica superando barriere e steccati.
Un approccio da tenere anche in sede locale. Al contrario, i politici veneti sembrano impegnati in una lunga, estenuante e persino stucchevole campagna elettorale in vista delle prossime regionali. E la crisi rischia di passare come un semplice incidente di percorso. Peggio, all’opinione pubblica si vuole fare credere che la panacea di tutti i mali sarà il federalismo fiscale. Invece è oggi che si richiede un colpo d’ala, un radicale cambiamento di metodo. All’accordo sottoscritto tra governo e regioni riguardo al sistema degli ammortizzatori in deroga, grazie al quale dovrebbero liberarsi 8 miliardi destinati ai lavoratori colpiti dalla crisi, deve seguire un passo successivo. Come ha scelto di fare Formigoni in Lombardia. Non servono (o non sono comunque sufficienti) decine di iniziative dei singoli comuni. Si rende assolutamente necessario un coordinamento istituzionale a livello regionale che vada oltre i generici protocolli d’intesa. Maggioranza, opposizione, sindacati, categorie sociali e sistema bancario devono avere un quadro completo dell’emergenza città per città, individuare le priorità, reperire risorse finanziarie, proporre soluzioni (per esempio indicando la lista delle opere pubbliche immediatamente cantierabili). Il Nordest deve sfruttare l’occasione per uscire dalla crisi più forte. Non c’è modo migliore che imparare, finalmente, a fare gioco di squadra.

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24/02/09

VENEZIA: BEVI LA COCA-COLA CHE TI FA BENE

Proprio oggi, martedì grasso, ultimo giorno di Carnevale, con Venezia invasa da un milione di turisti, scoppia in laguna il caso Coca-Cola. Succede che il sindaco Massimo Cacciari firma un accordo per collocare 38 distributori automatici di bibite e merendine alle fermate dei vaporetti. Distributori bianchi, si specifica, rigorosamente no logo. In cambio, la Coca-Cola garantisce 2,1 milioni in cinque anni. Apriti cielo: i commercianti protestano, minacciano boicottaggi, urlano contro il mercante entrato nel tempio. Proprio loro, che hanno contribuito in maniera decisiva a rendere Venezia una carnevalata. Né si capisce in nome di quale principio i turisti dovrebbero spendere fino a 5-6 euro per una lattina, anziché approfittare dei distributori automatici a metà prezzo.
I commercianti veneziani (specie quelli di generi alimentari e di prima necessità) hanno molte ragioni per lamentarsi di una politica che ha continuato a spingere solo e soltanto in direzione di un turismo selvaggio e che non ha saputo salvaguardare e valorizzare le attività locali (artigianato compreso). Ma insomma, dovrebbero in primo luogo recitare il mea culpa. Gli esercizi pubblici, per esempio, sono appena stati smascherati da alcuni servizi di Striscia la notizia, colti in flagranza nel praticare il doppio prezzo: per veneziani doc e per turisti. Difficile poi dimenticare che nel gennaio 2002, primo mese di introduzione dell’euro, l’Istat aveva rivelato nel settore alberghi e ristorazione un aumento medio dei prezzi, in provincia di Venezia, del 12 per cento, record italiano assoluto di tutti i campi di osservazione. In concreto, significa che in pieno centro storico, hotel e ristoranti, di tutte le stelle, avevano applicato in una sola notte la famosa equazione un euro uguale mille lire.
Forse a lamentarsi dovrebbero essere i cittadini...

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